Storia dell’ASI

di Giuliano Pinto

L’”Archivio storico italiano” nasce nel 1842 per iniziativa di Gian Pietro Vieusseux come rivista storica di interesse nazionale e mantiene questo carattere anche quando diventa organo della Deputazione di storia patria per la Toscana, nel 1863, alla morte Vieusseux.
Nell’arco di due o tre decenni, più o meno, a cavallo tra Ottocento e Novecento l’”Archivio storico italiano” assunse caratteristiche e peculiarità che ne segnarono anche la storia successiva. La rivista non fu soltanto allora l’organo della Deputazione, ma anche in larga misura il periodico di riferimento di molti docenti dell’Istituto superiore di studi pratici di Firenze: Pasquale Villari, lo storico di maggior peso e prestigio dell’istituto, che era anche il presidente della Deputazione, Cesare Paoli e Alberto Del Vecchio, che si succedettero in quegli anni alla direzione della rivista.

L’”Archivio storico italiano” si presentava in quel periodo come il punto d’incontro e di coagulo della tradizione erudita di matrice positivista e della nuova storiografia che siamo soliti indicare come scuola economico-giuridica. Lo spazio maggiore fu concesso alla storia medievale, attraverso la pubblicazione di studi che riguardavano soprattutto le principali città della Toscana. In tal modo la rivista si inseriva pienamente nel dibattito storiografico nazionale, ché allora il Medioevo era al centro dell’attenzione della ricerca storica, e gli studi dedicati alle diverse realtà toscane assumevano spesso una valenza generale.

Tra i collaboratori dell’”Archivio storico italiano” di quegli anni troviamo studiosi affermati da tempo e i nomi dei maggiori esponenti della nuova storiografia. Quindi, accanto a Pasquale Villari, Cesare Paoli, Alberto Del Vecchio, Isidoro Del Lungo, Alessandro Gherardi, etc. ecco comparire Gaetano Salvemini, Gioacchino Volpe, Niccolò Rodolico, Romolo Caggese.

La proiezione nazionale e internazionale dell’”Archivio storico italiano” di quei decenni era confermata dal robusto apparato di recensioni e di notizie, che dava conto dei più importanti lavori storici apparsi in Italia e in parte anche all’estero, con un occhio di riguardo alla storiografia tedesca d’ambito medievistico. Una tradizione che è durata a lungo e che non si è interrotta del tutto neppure oggi, almeno per quanto riguarda la produzione storiografica italiana.

I caratteri che l’”Archivio storico italiano” assunse nei decenni precedenti la prima guerra mondiale non muteranno nel periodo successivo. La rivista risentì in minima parte del nuovo clima culturale, che vide affermarsi una nuova storiografia, quella etico-politica, e l’affacciarsi di una nuova generazione di storici.

La rivista, alla cui direzione si succedettero, dopo la morte del Paoli, Alberto Del Vecchio, Bernardino Barbadoro, poi la triade Barbadoro, Schiaparelli, Panella, infine dal 1935 Niccolò Rodolico, restò legata largamente alla tradizione: ossia da una parte all’erudizione storica di matrice positivista, dall’altra agli studi economico-giuridici. Il Medioevo e il Rinascimento – studiati prevalentemente negli aspetti istituzionali ed economico-sociali – continuarono a porsi al centro dell’attenzione, anche se certamente non nella stessa misura dei decenni precedenti.

In un clima storiografico in cui il Medioevo non era più di moda, in cui urgeva la contemporaneità e lo studio di quel passato che più direttamente si collegava, o si pensava si collegasse, ai problemi di quel presente, l’”Archivio storico italiano” conobbe indubbiamente un processo di marginalizzazione. La toscanità della rivista si accentuò. Questo non impedì che essa continuasse a ospitare contributi scientificamente più che validi. Armando Sapori, per esempio, vi inizia a collaborare a partire dal 1919, pubblicando nell’”Archivio storico italiano” molti dei suoi preziosi studi di storia economica medievale; e un altro collaboratore di altissimo livello fu Nicola Ottokar, a partire dal lungo saggio del 1924 sull’istituzione del priorato a Firenze a cui fecero seguito lavori più brevi.

Tuttavia, se sfogliamo l’indice generale della rivista, notiamo l’assenza dei maggiori protagonisti della nuova stagione storiografica: da Federico Chabod a Walter Maturi a Delio Cantimori, fino a medievisti come Giorgio Falco. Lo stesso Sestan, fiorentino di studi e di adozione, e che tra il 1969 e il 1986 sarà presidente della Deputazione toscana di storia patria e direttore della rivista, dopo aver pubblicato nell’”Archivio storico italiano” del 1924 un ampio saggio sui primi podestà toscani, derivato dalla sua tesi di laurea, e alcune impegnative recensioni, interromperà per una ventina d’anni la sua collaborazione.

Fra le due guerre dunque la rivista della Deputazione, muovendosi nel solco della tradizione tardo-ottocentesca, si caratterizzò in misura crescente per l’attenzione alla storia medievale e rinascimentale, con particolare riguardo a Firenze. Su questa base essa cominciò a porsi come punto di riferimento di quella storiografia internazionale, soprattutto di lingua inglese, che ha privilegiato e privilegia la storia fiorentina e più in generale toscana fra XIII e XVI secolo. Nicolai Rubinstein vi pubblica un primo saggio nel 1935 e poi altri lavori negli anni Cinquanta e Sessanta, e dopo di lui pubblicano sull’”Archivio storico italiano” i primi risultati delle loro ricerche, tra gli altri, Raymond De Roover, Marvin Becker, Gene Brucker, Lauro Martines, e, più di recente, Julius Kirshner, Anthony Molho, Dale Kent, Richard Trexler, Rosalyn Pesman Cooper e altri ancora.

Dunque, con 150 anni di vita alle spalle, con un patrimonio – invidiabile – di molte centinaia di abbonati sparsi in tutto il mondo, l’”Archivio storico italiano” mantiene tutt’ora il suo carattere di rivista generale, che spazia sulla storia d’Italia dal Medioevo all’età contemporanea, e talvolta anche fuori d’Italia; unica in questo tra quelle promosse dalle Deputazioni regionali di storia patria. È opportuno che questa tradizione vada mantenuta, nel senso di accogliere contributi di qualità pur non riguardanti la storia toscana e di fare opera di informazione storiografica non limitata all’ambito regionale.

Non c’è dubbio altresì che la rivista abbia il suo punto di forza, la sua qualificazione a livello nazionale e internazionale, soprattutto nella storia di quei secoli, tra Medioevo e Rinascimento, quando la regione e soprattutto Firenze ebbero un ruolo primario nello sviluppo della società, dell’economia e della cultura europea. Anche questa peculiarità, ovviamente, deve essere mantenuta evitando di cadere nel localismo.

La fortuna che il Medioevo sta di nuovo conoscendo da una ventina d’anni in qua, e insieme la ininterrotta attenzione della storiografia internazionale verso la storia fiorentina e toscana, consentono all’”Archivio storico italiano” di proporsi ancora una volta fuori dei confini nazionali.

Studi sulla storia dell’”Archivio storico italiano”

A. Panella, Gli studi storici in Toscana nel secolo XIX, in L’”Archivio Storico Italiano” e l’opera cinquantenaria della R. Deputazione Toscana di Storia Patria, Bologna, Zanichelli, 1916.

E. Sestan, Gian Pietro Vieusseux, ripubblicato in Id., La Firenze di Vieusseux e di Capponi, a cura di G. Spadolini, Firenze, Olschki, 1986.

E. Sestan, Lo stato maggiore del primo “Archivio storico italiano” (1841-1847), ripubblicato in Id., La Firenze di Vieusseux e di Capponi, a cura di G. Spadolini, Firenze, Olschki, 1986.

E. Sestan, L’erudizione storica in Italia, ripubblicato in Id., Storiografia dell’Otto e Novecento a cura di Giuliano Pinto, Firenze, Le Lettere, 1991.

E. Sestan, Origini delle Società di storia patria e loro posizione nel campo della cultura e degli studi storici, ripubblicato in Id., Storiografia dell’Otto e Novecento a cura di Giuliano Pinto, Firenze, Le Lettere, 1991.

I. Porciani, L’”Archivio Storico Italiano”. Organizzazione della ricerca ed egemonia moderata nel Risorgimento, Firenze, Olschki, 1989.

G. Pinto, Il contributo della Deputazione di storia patria per la Toscana alla storia regionale e a quella nazionale, “Miscellanea Storica della Valdelsa”, CI (1995), pp. 165-176